L’aspetto terapeutico dei materiali
L’Arteterapia utilizza modalità non verbali per costruire una relazione terapeutica che consenta il recupero del nucleo creativo dell’individuo e permetta di affrontare disarmonie, blocchi, disagi psichici e/o fisici. Il processo creativo è l’elemento fondamentale del processo terapeutico. Compito del Terapeuta Espressivo è di promuovere, sostenere e rafforzare proprio quelle componenti creative che sono necessarie al vivere umano.
La scoperta del materiale fornirà la possibilità di esprimere e depositare le proprie sperimentazioni creative, le sensazioni, i vissuti emotivi e sensoriali.
Con le attività e le modalità proprie dell’arteterapia si stabilisce una più profonda e sottile compenetrazione tra i due versanti (arte e terapia), definendo dunque un setting preciso, fondato sul parallelismo tra processo creativo e processo terapeutico; Tale percorso permette di chiarire quale contributo e quale specificità può portare all’interno del processo terapeutico una sensibilità estetica, rispetto alla forma della relazione terapeutica, così come alle forme concrete e ai prodotti artistici in cui i vissuti attivati nella relazione si incarnano.
Scriveva Kandinskij: “Non dobbiamo ingannarci e pensare che riceviamo la pittura solo attraverso l’occhio. No, la riceviamo, a nostra insaputa, attraverso tutti e cinque i nostri sensi. E come potrebbe essere altrimenti?”.[1]
Che approdi ad un prodotto grafico o plastico o ad una coreografia, il travaglio della creazione affonda le sue radici direttamente nelle prime fasi del vissuto, lì dove la forma coincide con le vicissitudini della forma del proprio corpo attraverso le cure della madre (nell’essere toccati, tenuti, cullati, carezzati,ecc.), e della forma che si viene dando al mondo attraverso le prime relazioni con l’oggetto. Già Winnicott riteneva che i fenomeni transizionali rimangono parte intrinseca dell’esperienza dell’individuo adulto, in determinate aree della vita quali l’arte, la cultura, il lavoro immaginativo o di creazione scientifica, la religione.[2]
La creatività viene così posta entro il contesto dello sviluppo umano: essa permette nel corso della vita al proprio mondo immaginativo di divenire congruente con l’esterno così che ciascuno possa in parte plasmare il proprio destino, e rendere plasmabile il confine tra realtà e fantasia, recuperando l’illusione che il mondo esterno possa coincidere con il mondo interno, e la fiducia nella propria capacità creativa e trasformativa.
Appare evidente che l’aspetto terapeutico è strettamente connesso ai processi creativi. Il trattamento raggiungerebbe risultati attraverso un processo essenzialmente catartico perché consente l’espressione inconscia sottraendo gli impulsi alla rimozione che diventano ammissibili nella rappresentazione d’oggetto, anche se non necessariamente avvertiti dalla coscienza. Il setting di arte-terapia si configura in questo senso come un luogo privilegiato in cui la memoria dei processi arcaici che danno forma all’esperienza può riattualizzarsi: la relazione fisica con i materiali presenti nel setting riattiva direttamente e concretamente le esperienze di contatto e di comunicazione pre-verbale quali si sono date nella storia del paziente, e le particolari relazioni oggettuali internalizzate; l’immagine acquisisce caratteristiche transizionali (è contemporaneamente un oggetto percepibile fuori di sè, ma essenzialmente intriso del proprio sé più intimo); mentre la potenzialità di un atto creativo cui sia il paziente che il terapeuta partecipano, inaugura una potenzialità trasformativa.
Il ricongiungimento ai vissuti più arcaici presuppone forme complesse di esperienza, dense di caratteristiche percettive ed emotive spesso non esprimibili, o non esauribili, verbalmente. I vissuti che risalgono alle prime fasi di sviluppo, sono di natura non-verbale e assumono una forma attraverso l’energia, la sensazione, il ritmo, il peso, il volume, ecc.. Sono difficili da esprimere in forma verbale, ma piuttosto si esprimono attraverso il mezzo artistico, che incarna qualità sensoriali e possiede caratteristiche visive. Nell’atto del creare, il gesto, il contatto con i materiali, la traccia riprendono l’aspetto tattile e sensorio del corpo e lo trasferiscono verso l’occhio: il processo di dipingere ricalca il processo di presa di distanza del bambino rispetto al corpo materno, e il processo di separazione psichica, inteso come percorso non lineare ma ciclico. Se le esperienze primarie vengono quindi rispecchiate nelle immagini e nel lavoro con i materiali, contemporaneamente vengono smosse dall’uso di appropriati materiali.
In questo senso ciò che viene creato (non tanto al prodotto finito, quanto alle vicissitudini del suo emergere) non è mai solo traduzione di un pensiero astratto o rappresentazione, ma è espressione inconscia e incarnata di un vissuto; non pura trascrizione di un vissuto nel concreto, ma rielaborazione del vissuto stesso e riattivazione di un processo che può essere stato inadeguato, o distorto, o bloccato.
È importante spendere alcune parole sul setting di lavoro: l’atelier. Il setting è uno spazio delimitato, protetto, al cui interno sono in vigore le normali regole sociali, con la differenza che tutto ciò che avviene e si manifesta, è accettato e non giudicato. L’atelier deve essere adeguato, confortevole, ordinato e stimolante perchè è la metafora del contesto in cui avvengono le relazioni. Nel setting il processo terapeutico si attua in un campo tripolare, all’interno della relazione triadica tra paziente, terapista e immangine (anchepotenziale). Perchè si possa parlare di arte terapia nessuna delle tre direttrici della relazione può mancare o fare a meno dell’altra, e ognuna riceve spessore dalle altre due, riflettendosi in una più complessa dinamica transferale e controtransferale.
Gli strumenti e le diverse possibilità di intervento del terapeuta, così come il senso dei diversi materiali, o le funzioni dell’oggetto creato, possono essere compresi adeguatamente solo a partire da questo rapporto triadico. Le possibili tecniche utilizzabili o i parametri di osservazione e di analisi delle immagini (modo di riempire lo spazio, rapporto figure-sfondo, equilibrio delle parti, colori usati, movimenti interni, astrazione, volume, ecc.) acquisiscono un potenziale trasformativo solo all’interno del dialogo terapeutico, a sua volta fondato sulla comune attenzione alle immagini che prendono forma. L’immagine diviene ponte tra le varie parti del Sè, tra mondo interno e mondo esterno, tra paziente e terapeuta, tra sè e gli altri membri del gruppo; diviene un veicolo attraverso cui si può comunicare, e nello stesso tempo si può nascondere ciò che non può, o non può ancora essere espresso.
Nel setting di arte-terapia ogni materiale implica messaggi differenti, e possono essere scelti per quel particolare paziente nel contesto di una adeguata osservazione , in considerazione delle difese, del livello di relazioni oggettuali, di struttura dell’Io. Anche in rapporto alle qualità tattili dei materiali, alle possibilità di controllo o di stratificazione che essi offrono, al grado di coinvolgimento muscolare necessario, il terapeuta proporrà un materiale piuttosto di un altro, a seconda della richiesta psicologica del momento: sostenere , confrontare, sfidare, rispecchiare.
Se i primi rapporti con il mondo esterno avvengono attraverso sensazioni corporee, e questo sia su un piano percettivo che comunicativo, ogni materiale può sostituirsi ai prodotti corporei o al cibo, nelle valenze regressive ma anche di scambio vitale; e può di per sè divenire veicolo di significati psichici.
La percezione tattile che si ha con la manipolazione della materia attiva una mano dinamica, ed è importante perché è così che l’utente entra in contatto con il suo mezzo di comunicazione, strumento di espressione del processo creativo.[3]
di Erica Bigio
[1] V. Kandinskij, Punto linea superficie, Adelphi 1968
[2] D.W. Winnicott, Gioco e realtà, Armando Editori 1971
[3] Gaston Bachelard, La terra e il riposo. Immagini dell’intimità, Red Edizioni
