::TERAPEUTICA ARTISTICA::

Definizione di arte-terapia.

L’arte-terapia è un nome composto da due sostantivi: arte  e terapia. Con il termine Arte, dal latino “ars-artis”, si intendeva l’abilità di fare, di essere, sinonimo quindi di grazia, gusto, ingegnosità. Ora  il senso più corrente  della parola arte è quello della produzione estetica: creare cose belle, inoltre arte implica anche l’idea di non naturale come appare nei termini artificiale, artefatto. Il termine Terapia, sinonimo di terapeutica ( dal greco therapeia che significa cura, servizio) racchiude l’insieme delle azioni e delle pratiche dirette a trattare e guarire le malattie. Il termine terapia ha avuto un’evoluzione considerevole, inizialmente si riferiva, come prima abbiamo detto, alla cura di patologie mentre oggi è sinonimo di azione basata su una concezione positiva della salute intesa come ricerca di benessere psicofisico e non come cura di malattia.

L’obiettivo dell’arte-terapia è dunque questo:  raggiungere il benessere tale mediante l’espressione artistica esplorando la propria esperienza interna: sentimenti, percezione, immaginazione, chiamando in causa la convinzione che il processo del fare artistico abbia in sé un potere curativo, la creazione artistica possa così divenire un’ occasione per esprimere se stessi, una salutare esperienza di crescita. L’arte, inoltre, viene considerata mezzo di comunicazione simbolica,mezzo di comunicazione di problemi, emozioni e conflitti.

Cenni storici

L’arteterapia è una disciplina che nasce per l’influenza di materie attinenti e si tratta di un campo relativamente nuovo. Le prime forme di arte terapia nascono in Gran Bretagna, negli anni 40, ed inizialmente i metodi utilizzati furono quelli pedagogici, (a differenza di quelli francesi segnati dagli studi psichiatrici sull’art des fous) fu infatti Adrian Hill, maestro d’arte, che coniò nel 1945 il termine art terapy.[1]

Ma già nell’antichità possiamo dire che l’arte ha avuto un ruolo fondamentale nella cura.

Il simbolo è da sempre considerato un elemento necessario nei riti di guarigione. L’uomo ha cominciato a comunicare visivamente attraverso segni, simboli (geroglifici egiziani, scrittura cuneiforme dei sumeri, attualmente ideogrammi cinesi) oltre che ad utilizzarli a scopo magico o decorativo. I primitivi disegnavano sulle pareti delle grotte scene di caccia per, probabilmente, poter “catturare” prima le prede, per poi ottenere buone battute di caccia. Oppure l’arte era utilizzata per potersi proteggere dal male, per controllare le emozioni, l’ansia e la paura (sarcofagi egizi). L’utilizzo delle maschere per potersi proteggere dai mali e recuperare forze. Ma ancora oggi vi sono popolazioni, esempio i Navajo, che utilizzano canto, danza e pittura per curare specifiche malattie. I tibetani usano i mandala per concentrarsi nella preghiera ed assicurare la guarigione ed il sollievo. Gli sciamani utilizzano rituali ed immagini per poter guarire il corpo e lo spirito. Inoltre è particolare da notare come l’utilizzo ed il significato di alcuni simboli (spirale, labirinti…) siano somiglianti nelle diverse culture, ciò accentua come il linguaggio visivo sia un modo comune per poter comunicare concetti universali.[2] L’arte da sempre è stata la forma di comunicazione in grado di arrivare dove non poteva la parola.

È necessario sottolineare che l’arte, come mezzo di cura, è stata influenzata dall’avvento della psichiatria moderna, infatti nel XX secolo la psichiatria ha iniziato ad interessarsi alle unioni tra le immagini e l’inconscio sfociando nella convinzione che vi sia un’ unione tra arte e mondo interiore. Già nel 1912 Emil Kraepelin e Karl Jaspers notarono come i disegni dei loro pazienti fossero utili per la diagnosi della malattia, ma si dovette aspettare Freud e le sue teorie sull’inconscio e l’immagine onirica per poter sottolineare il legame tra immagine e mondo interiore, anche se non impiegò l’arte come strumento terapeutico pur ritenendo il prodotto artistico come specchio del mondo interno.

Jung elaborò il concetto di un inconscio collettivo,che, attraverso archetipi universali, si trasmettono attraverso il fare artistico. Considerava l’arte come una via di accesso ai sentimenti e all’analisi del sé che risiedono nell’inconscio, e che devono essere portate alla luce per non avere effetti negativi sul comportamento e quindi entrare in uno stato di benessere e trasformazione. A differenza di Freud spingeva i propri pazienti a disegnare le loro immagini oniriche: “Dipingere ciò che vediamo davanti a noi è un’arte diversa dal dipingere ciò che vediamo dentro”[3]

Inizialmente, i presupposti non furono sostanzialmente terapeutici: l’arte era utilizzata come forma di svago, e di occupazione del paziente dall’ozio del ricovero. Successivamente si crearono, all’interno degli istituti di cura, delle vere e proprie esposizioni dei lavori dei pazienti, le quali toccavano città come Londra, Parigi, Berna, Torino: in alcuni casi attratti della sfera artistica, altri utilizzati come metodo per uso patologico. Come esempio  possiamo citare l’antropologo criminale Cesare Lombroso, il quale si interessò alla natura delle malattie mentali e al loro legame anatomico e fisiopatologico. Noto per il saggio Genio e follia che pubblicò nel 1872 e per i suoi studi in campo criminale, fu, inoltre un grande collezionista di opere dei malati che porterà ad una grande raccolta.[4]

Di grande importanza, per l’epoca e per gli sviluppi delle ricerche successive, fu il saggio del 1922 di Hans Prinzhorn (storico dell’arte e psichiatra), Bildnerei der Geisteskranken (L’attività plastica nei malati di mente ). Al termine della prima guerra mondiale egli ricevette l’incarico di curatore della collezione della clinica psichiatrica di Heidelberg; per due anni si occupò della catalogazione e analisi delle produzioni artistiche, fino al 1921 quando decise di intraprendere una vita nomade. In questo saggio analizzò e raccolse le opere prodotte da malati di mente ospiti in istituti psichiatrici tedeschi, e non solo, trovando una  relazione tra attività artistica e componente schizofrenica di alcuni grandi artisti, tra i quali Van Gogh e Kokoschka. Il suo interesse era quello di sottolineare come le opere degli artisti isolati fossero di grande spessore quanto quelle degli artisti conosciuti, inoltre, criticò le tesi di Lombroso considerandole fonte di pregiudizio che si allontanano dalla vera comprensione della produzione artistica dei malati, spostando l’attenzione sul processo di creazione dell’immagine e delle radici psichiche.[5]

Il saggio suscitò l’interesse da parte dei Surrealisti.i quali consideravano le opere dei pazienti quali fonte di ispirazione per le proprie opere.

Ma fu Jean Dubuffet che mise in risalto l’arte degli esclusi che poi diverrà l’Art Brut. L’arte frizzante che nasce dove nessuno la cerca. L’arte spontanea che definisce l’arte creata da quelle persone estranee ai contesti artistici tradizionali. Dubuffet aprì nel 1947 il Foyer de l’Art Brut e successivamente fondò la Compagnie de l’ Art Brut. La sua avversione nei confronti dell’arte culturel portò ad interagire con le esperienze terapeutiche avvicinandosi sempre più all’arte marginale.

Sino agli anni ’50-’60 i laboratori artistici venivano ancora posti per poter tenere occupati i pazienti, ma  negli anni ’60-’70 la disciplina verrà influenzata dal concetto psicanalitico di creatività di Donald Winnicott: “E’ l’ appercezione creativa, più di ogni altra cosa che fa sì che l’individuo abbia l’impressione che la vita valga la pena di essere vissuta. In qualche modo la nostra teoria comprende la convinzione che vivere creativamente sia una situazione di sanità,e che la compiacenza sia una base patologica per la vita.”[6]

Sono, dunque, gli anni del secondo dopoguerra ed i traumi che essa portò con sé che aprirono le porte alla disciplina arte-terapia vera e propria e successivamente la chiusura dei luoghi manicomiali acconsentì la costituzione di comunità terapeutiche dove “…gli atelier assumono un ruolo importante rispetto alle dinamiche d’integrazione con il territorio, diventando uno strumento efficace di dialogo, apertura e lotta allo stigma”[7]

Di Erika Bettoni


[1] G.BEDONI B.TOSATTI, Arte e psichiatria. Uno sguardo sottile, Milano, 2000.

[2] C.A. MALCHIONDI, Arteterapia, L’arte che cura, Firenze, 2009.

[3] Ivi, p. 34

[4] G.BEDONI B.TOSATTI, op.cit., p. 183

[5] Ivi, p.41

[6] . D.W. WINNICOTT, (1971) Gioco e realtà. Tr.it., Roma,1974, P.119

[7] . L. TONANI, Espressione artistica e cura del disagio psichico in “Psicologia Contemporanea” , Marzo- Aprile 2010, pp.46-51