::Mona Hatoum::

Nasce a Beirut nel 1952 da una famiglia palestinese.

Durante un viaggio a Londra, scoppia la guerra civile in Libano impedendole il ritorno nel suo paese d’origine, è il 1975. La Gran Bretagna diventa la sua terra d’adozione.

Dal 1975 al 1981 studia alla Byam Shaw School of Art e alla Slade School of Fine Art, a Londra, diventa celebre verso la metà degli anni ottanta con una serie di video e performance in cui il tema principale è il corpo messo in situazioni di conflitto.

La medesima tematica la ritroviamo nelle grandi installazioni, le quali portano il suo lavoro alla considerazione della critica e all’attenzione del pubblico, permettendo all’artista di partecipare ad importantissime rassegne. Il corpo come concetto principale anche nelle sue sculture che, dall’inizio degli anni novanta, diventano il suo principale mezzo d’espressione.

Dalla metà degli anni novanta diviene una delle figure più significative all’interno del panorama artistico internazionale. Tiene mostre personali e collettive in tutto il mondo.

La permanenza in Occidente e la necessità di vivere in un paese straniero, ha inevitabilmente influenzato il suo lavoro, ne ha orientato le motivazioni verso il confronto e spesso lo scontro, fra argomenti storico-culturali differenti e in molte situazioni radicalmente opposti.

La sua vicenda autobiografica ha avuto un ruolo decisivo e ancora di più, la consapevolezza del legame fra il suo vissuto e la storia della collettività di cui fa parte.

Appartenendo ad un popolo senza patria, l’artista fa dell’identità un luogo di scambio e di scontro. Durante gli anni della scuola e subito dopo, Hatoum aderisce favorevolmente a gruppi di opposizione, in particolare al movimento femminista e successivamente a movimenti di artisti più radicali, maggiormente adatti al passaggio di messaggi politici; le performance e le azioni di strada, ne sono un esempio.

Il corpo è al centro delle opere dell’artista con un atteggiamento disturbante e provocatorio nei confronti del pubblico che assiste in tempo reale.

Le azioni tendono a svelare determinati tabù comportamentali in relazione ad aspetti della corporeità, sulla quale si fondano convenzioni che ad oggi, governano ancora i rapporti interpersonali nel nostro mondo.


Le opere di Mona Hatoum

Le opere di Mona Hatoum sono influenzate da un’esperienza minimalista e concettuale e sono caratterizzate da una raffinata e precisa ricerca estetica che seduce, affascina e al tempo stesso sconcerta e disorienta lo spettatore.

Un’interessante progetto di installazione all’Institute of Contemporary Art di Londra, dal nome Waterworks 1982, prevedeva l’installazione di telecamere in alcune delle toilettes del centro espositivo, collegate ai monitors posti all’ingresso principale, in modo tale da rendere pubblico ciò che si sarebbe svolto all’interno dei bagni.

Un vero attentato all’intimità del corpo e alla netta separazione che sta tra sfera pubblica e privata, il quale non fu tollerato; l’azione fu infatti respinta dall’istituzione che ospitava la mostra.

Nel suo linguaggio oggetti d’uso quotidiano come sedie, letti, culle, utensili da cucina, si trasformano in entità estranee e minacciose in cui è presente una vena d’ostilità e pericolo.

Oggetti domestici divengono estranei rispetto al loro contesto originale,  sono trasformati dall’artista in strumenti inquietanti. Oggetti comuni sembrano mutare, non sono più riconoscibili per una sorta d’evoluzione interna che ne mostra anche il lato oscuro.

Un paravento e un letto fatti da grandi grattugie, uno scolapasta con i buchi chiusi da viti, come fossero elmi di una guerra domestica, lasciano spazio al totale smarrimento.

Una culla senza molle in cui materasso e bambino avrebbero come appoggio fili sottili e taglienti. Le opere dell’artista sono poco rassicuranti, sono perturbanti perché non più parte di una casa.

La casa e l’esilio, familiarità ed estraneità, minacce domestiche e identità dislocate, sono argomenti che riempiono l’intero lavoro di Mona Hatoum, artista che nella forzata permanenza londinese, non ha dimenticato Beirut e le sue radici palestinesi.

Il conflitto è un altro elemento che segna i lavori dell’artista, attraverso forme stranianti, ludiche e grottesche, come appare in Over my dead body, in cui un soldatino giocattolo  è posto sul naso dell’artista come fosse una mosca fastidiosa, ma da cui dipende il destino di un corpo.

Oppure nelle bombe a mano di cristallo colorato, nelle nature morte poggiate su un asettico carrello da obitorio in cui i frutti del melograno sono vere e proprie granate.

E ancora possiamo carpire il conflitto nei fogli di carta tagliati, che non sono omini per mano o fiocchi di neve, bensì soldati dai fucili puntati.

È questa l’immagine che ruota intorno a chi entra nella stanza dedicata alle lanterne; la luce di queste lampade proiettata intorno allo spettatore, crea un assedio di sagome di soldati e stelle sfuocate, un plotone che si rincorre e che ci accompagna in una situazione da capogiro.

Un altro tema importante della produzione artistica di Mona Hatoum è il corpo femminile, un corpo che vive la casa e che viene lacerato dalla guerra.

Il corpo è ad esempio nei capelli, macerati nella carta insieme con unghie e sangue oppure tessuti insieme in una kaffieh.

È il corpo trattenuto nel suo grido da mani altrui come in “So much i want to say”, in cui l’immagine vede la sua bocca imbavagliata da mani in contraddizione con il desiderio di espressione. Questo video mostra il desiderio di parlare e di essere in contatto con il mondo al di là delle frontiere, critica la società natale dell’artista; è il corpo nudo della madre, fotografato con il pudore e la schiettezza della figlia e schermato dalle parole intime delle lettere e dei dialoghi, in “Measures of distance”.

Ogni lavoro è caratterizzato dalle sue esperienze personali, a partire dalle sue origini, appartenenti ad un paese tormentato dalla guerra.

La sua realtà, divisa tra oriente e occidente come nei rapporti psicologici e fisici di una politica che opprime e in cui si cerca di sopravvive all’interno di una società caotica.

Nel 1982 l’artista costruisce un’azione dalla durata di sette ore, “Under siege”.

Qui la protagonista è imprigionata nel fango, chiusa in una struttura claustrofobica composta da pareti trasparenti. Gli spettatori le stanno intorno, la osservano, mentre invano lei cerca di liberarsi da questo fango. Tenta di alzarsi, cade, ci riprova e ancora cade e ogni volta sporca le pareti trasparenti della struttura fino a rendersi invisibile all’occhio dello spettatore.

Le limitazioni che impone al corpo, comportano sistemi di potere sociali e politici, nati per indebolire la parola e il movimento della persona.

Corpo individuale e corpo sociale, un tema a cui dedica parte del suo lavoro.

Nell’azione “The negotiating table”, l’artista è impacchettata in un sacco di plastica, rannicchiata e ferma su un tavolo, con la testa ricoperta da bende sporche di sangue.

La scena è illuminata da una lampada, attorno al tavolo sono presenti due sedie vuote, il tutto ricorda la scena di un interrogatorio.

Per tre ore l’artista rimane immobile, riporta l’idea di una prigioniera, mentre un nastro emette notizie sulla guerra civile e i discorsi di pace pronunciati da capi di stati occidentali.

Nel 1984 è la volta di “Them and Us…and Other Division”, azione in cui l’artista, in tenuta da guerra e con una calza nera che le copre il viso, procede insanguinata con un coltello in bocca. Si trascina sul pavimento, strofinando su scalini di pietra stracci zuppi di pittura rossa. Il corpo è intrappolato, censurato.

Nel 1985 è la volta di un’azione di strada dal titolo “Roadworks”, che prende vita attraverso una performance “Still”, in cui l’artista a piedi nudi, cammina lungo i marciapiedi con due scarponi legati alle caviglie tramite le stringhe, così da sembrare seguita da un fantasma militaresco.

Gli scarponi utilizzati, infatti, sono i Doc Martens usati sia dalle forze di polizia sia dai naziskin; l’azione avviene in una zona proletaria a maggioranza nera, già teatro di scontri razziali.

Measures of Distance è un video del 1988 dove scorrono immagini fotografiche di una donna sotto la doccia, sulle quali è leggibile un testo in arabo scritto a mano, che nei suoi segni sembra un velo ricamato.

La donna è la madre dell’artista e il testo è quello di una lettere scritta dall’artista a Londra, come sottofondo si sentono voci e risate di entrambe. Spicca l’intimità del dialogo, il rapporto tra madre e figlia e i sentimenti che riportano alla riflessione sui soggetti e alla loro storia di esilio.

In Light Sentence del 1992, il corpo non è presente ma, viene tematizzato drammaticamente nel pericolo reale e al disagio fisico cui si sottopone. Una serie di gabbie d’acciaio una sopra l’altra, formano un percorso ad U. Questo percorso è illuminato da un’accecante lampadina che oscilla, proiettando sulle pareti le ombre delle gabbie d’acciaio, confondendo così lo spettatore.

Lo spettatore sembra imprigionato in un ambiente pericolante, geometrico e inquietante, il corpo è ancora una volta rinchiuso, senza possibilità d’uscita.

La semioscurità e il movimento delle ombre, provocano un effetto sinistro, diffondono una sensazione claustrofobica  accentuata dalla composizione dell’opera. Le gabbie nonostante abbiano un lato aperto, catapultano lo spettatore in uno stato di segregazione.

Altro lavoro dal titolo Corps ètranger 1994, visualizza il corpo dall’interno, attraverso una piccola cinepresa. Un oggetto straniero attraversa il corpo dell’artista, una penetrazione che allude al rapporto tra i due sessi e ai pensieri che questo comporta.

Un occhio straniero guarda l’interno del suo corpo, lo invade e il pubblico, assiste allo spettacolo di un’azione invadente, intimo e profondo.

L’elevazione verticale della struttura, che sembra un mausoleo, si contrappone alla collocazione a terra della proiezione e sembra voler sottolineare l’effetto rivoltante della visione interna delle viscere.

Lo spettatore viene messo a confronto non solo con la visione della sonda, sguardo medico ma, anche con l’attrazione ambivalente per lo spettacolo di una visceralità allienante e segnatamente femminile.

Il femminile come disturbo,  evidente anche in Fardin Public. lavoro in cui un triangolo di peli pubici, emerge dai fori applicati al metallo di una sedia da giardino.

In una più complessa installazione “Recollection”, collocata in un ex convento di monache, l’artista decide di utilizzare un materiale che rimanda direttamente alla femminilità e si rivolge ancora una volta al suo corpo.

In una sala vuota s’ intravedono palline sul pavimento, un piccolo telaio applicato ad un tavolo e pochi altri elementi. Tutti i lavori sono realizzati con i capelli dell’artista, raccolti pazientemente nell’arco di sei anni e conservati fino a quella occasione.

Appallottolati e gettati a terra oppure tesi su un telaio a sostituire un tessuto, come testimonianza di un’attività legata tradizionalmente alla donna, i capelli sono impiegati per contestualizzare un luogo e un ruolo sociale, perturbando la percezione dello spazio attuale.

Appesi al soffitto, infastidiscono il visitatore come fossero ragnatele.

Fra passato e presente, maschile e femminile, simile e non simile, il corpo è sempre un elemento di relazione tra opposti. Il corpo definisce il nostro rapporto con il mondo, un mondo che l’artista è abituata ad esplorare.

Una viaggiatrice come lei, parla attraverso mappe, ce ne sono alcune su cui ha disegnato delle tracce, una è stata realizzata con del cotone, l’altra creta per sottrazione, i confini incerti del mondo sono dati dalla cancellazione della tessitura su un tappeto.

La valigia è un oggetto che spesso appare nelle sue opere, Mona Hatoum è un’instancabile viaggiatrice, non abbandona mai la sua valigia. Proprio questa appare in “Traffic”, un’opera legata alla ricerca in ogni luogo, dal Mane al Messico, da Gerusalemme al Belgio, tappe fondamentali in cui sono nate molte delle sue idee.

Idee che raccontano l’esilio, che fa i conti con uno spazio dove non poter tornare, esiliata dalla terra, esiliata dalla casa, lontana dal corpo della madre e a volte anche dal suo. Racconta situazioni d’incertezza, di solitudine della donna nel mondo, nelle sue scene viene rappresentato sempre un dramma.

Una tavola apparecchiata ma, sul tavolo sono servite non pietanze, bensì immagini dell’interno di un corpo. Quello che sembra un letto, è in realtà una gran grattugia sopra la quale è possibile solo scorticarti, si tratta di Dormiente.

E ancora uno zerbino che ti indica “Welcome”, in realtà costruito con punte acuminate, o una sedia a rotelle  determinata da un freddo alluminio che invece dei manici presenta affilati coltelli.

Un particolare interesse assumono le opere a forma di tappeti, collocati a terra, ma realizzati con materiali incongrui, le superfici, sono infatti, coperte di spilli dalla punta rivolta verso l’alto, così da contraddire l’uso cui sarebbero associati.

Doormat con la parola welcome leggibile in negativo al suo centro, associa lo zerbino ad un dispositivo dal valore doppio, attraente e repulsivo.

Nell’opera Prayer Mat le associazioni sono più complesse. Se i musulmani in preghiera devono sempre rivolgersi verso la Mecca, molti di quelli che vivono a Londra, possono utilizzare tappeti provvisti di bussola incastonata nel tessuto, per facilitare l’orientamento verso est.

Questa soluzione viene sperimentata dall’artista per dare al lavoro un doppio riferimento che tocca sia la cultura orientale, colta in un momento sacro quale quello religioso, sia la cultura occidentale colta nell’ambito dell’arte d’avanguardia.

Mona Hatoum nella sua opera da importanza al contesto, che condiziona la percezione dell’opera stessa e conseguentemente il suo significato. L’artista utilizza un linguaggio formale per restituirlo in seguito alla società, dalla quale è stato generato, come nel caso della griglia, esempio modernista per eccellenza.

La griglia è un intersecarsi di linee rette e piani ed è visibile in due versioni: in “Quarters”, torri metalliche simili a letti a castello sono ridotti alla pura armatura, nella versione più ampia, realizzata per la mostra nello spazio Viafarini a Milano, le griglie fanno alludere a letti di caserme o carceri, a dormitori, ad ambienti atti alla reclusione o alla provvisoria sistemazione di ospiti non desiderati.

In altre occasioni l’opera rappresenta il contesto in cui è collocata. È il caso di “Present Tense” in cui vediamo piccoli cubi bianchi, accostati fino a formare un grande quadrato sul pavimento.

Sulla superficie del quadrato, tante perline di vetro disegnano forme, a prima vista astratte. I cubi sono in realtà saponi realizzati secondo un antico procedimento realizzato a Nablus e le perle di vetro, disegnano i confini dello stato palestinese, cioè zone incomunicabili l’una con l’atra.

In una mostra collettiva in Canada, l’artista propone un mondo reso ad opera d’arte, che però riposa su un piedistallo, corroso come fosse colpito da qualche malattia.

L’effetto dell’erosione è dato dall’utilizzo di ferro applicato a superfici di metallo, grazie all’uso di calamite. L’immagine che viene alla mente è quella di un cervello.

Lo stesso principio lo troviamo nell’opera “Entrails Carpet”, un tappeto in silicone, la cui superficie sembra intessuta da un enorme intestino.

Mona Hatoum crea pause e riflessioni, affronta una serie di lavori intimi e domestici, sperimenta attività quotidiane come la cucina e il lavoro a maglia, dando vita a strutture fatte di pasta, un reperto da custodire sotto vetro.

Il conflitto e il pericolo imminente sono in primo piano, come nell’opera Drowning Sorrow in cui una folla di bottiglie, sembra annaspare per non sprofondare nel pavimento.

Hot Spot opera in cui il mondo è rappresentato da un globo luminoso appena più alto di un uomo, è elegante ma, può far percepire il mondo intero come luogo pericoloso, assalito da eterni conflitti.

Sempre luminosa è l’installazione Light at the end 2002, costituita da un telaio metallico di ferro e cinque elementi elettrici. Essa rappresenta un tunnel buio con rosso, arancio, giallo e la luce al termine. Questa luce colorata seduce lo spettatore, appare calda e affascinante, in contrasto con l’ostile buio del tunnel. Tuttavia, la seduzione del colore è una trappola. Solo quando lo spettatore si avvicina, la luce colorata rivela il suo vero carattere elettrico e pericoloso. Il calore del rosso si trasforma in violento sangue.

La luce che contrasta con il buio del tunnel è un riferimento al ricorso nel paese d’origine.

Nello stesso anno The Mexican Cage in cui, gli amichevoli colori della gabbia sono in conflitto con la natura ostile della gabbia.

L’opera propone un metaforico collegamento tra il canarino in gabbia e la vita di un lavoratore messicano in fabbrica.

Seguono altre opere negli anni successivi, un esempio è Mobile Home (2005).

Sopra un filo vediamo diversi oggetti domestici, i giocattoli e gli arredi sono stati legati insieme  tra la parte superiore e inferiore di due telai in acciaio zincato, come fosse una strada barricata. Un sistema motorizzato permette il movimento degli oggetti avanti e indietro in un incessante, assurdo viaggio, da un impenetrabile confine all’altro.

Non vi è alcuna uscita, in uno spazio circoscritto. Il ronzio elettrico può provenire dal motore o dai cavi, ma nessuno vuole toccare, nessuno vuole rischiar.

Un’ ulteriore  lavoro di grande interesse è Hanging Garden 2008, composto da sacchi di iuta, terra ed erba.
Hatoum crea un pezzo di giardino pensile, un richiamo poetico alle tragedie personali e collettive riguardanti lo spostamento e l’esilio. In questa opera, l’artista riempie sacchi di tela con il suolo giordano , coprendoli successivamente con l’erba che germoglia, la quale emana odore di umida terra fertile. Questa è la creazione di una struttura barricata che si rivolge alla vita e alla morte.

Per gli spettatori che hanno assistito a una delle guerre della regione palestinese, nel corso degli ultimi sessant’ anni, l’imponente installazione evoca un senso di pericolo imminente, di impotenza e vulnerabilità. Gli steli d’ erba verde ricordano la costante presenza di barricate in Palestina, Iraq e Libano, dove l’erba diventa soggetto di un tempo che non passa mai.

La tela grezza contrasta con il materiale morbido dell’erba, che a sua volta simboleggia la persistenza della vita, della nascita e della natura.

Giardino trasportabile, mobile, riferimento storico all’esilio. Come i giardini pensili della Babilonia, una delle sette antiche meraviglie del mondo, sono stati costruiti nel 600ac dal re Nabucodonosor II per la sua nostalgica moglie, per ricrearle il verde paesaggio della sua patria.

Questo contiene un significante particolare, in Giordania sono 481.000 i rifugiati iracheni nel 2007. Per gli iracheni rifugiati, il giardino sospeso suggerisce ottimismo di fronte alla morte e alla distruzione.

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Di: Erica L’Altrella