:Conchiglia, perla e il mito di Afrodite

CONCHIGLIE E PERLE: SIMBOLOGIA, MITO E TRADIZIONE POPOLARE

Nella preistoria, prima che nascessero forme codificate di religione, le conchiglie avevano grande importanza come amuleti, simboli propiziatori legati alla fecondità e alla vita. In questa simbologia che coinvolge l’acqua e la vita, complice il collegamento tra il ciclo riproduttivo di numerose specie di molluschi marini ed il plenilunio (a sua volta collegato alla data del parto), la conchiglia è vista in primo luogo come involucro protettivo dell’essere vivente e, nel Rinascimento, associata al concepimento per via dell’analogia conchiglia-perla.
Uno dei valori simbolici più diffusi della conchiglia è proprio quello direttamente legato al sesso femminile, per la somiglianza ravvisata da molte popolazioni di tutto il mondo tra la base dentata della ciprea e i genitali femminili; esiste anche il collegamento al simbolismo pagano nel quale le cappesante  sarebbero un frutto con presunti effetti afrodisiaci, credenza che favorì la nascita del mito di Afrodite.
Per questa ragione, probabilmente, presso molte popolazioni native (anticamente anche dell’area mediterranea), le donne portavano ornamenti con cipree per scongiurare l’infertilità ed i futuri mariti offrivano doni (spesso con forme falliche) adorni di queste conchiglie come pegno nuziale.
In molte statue antropomorfe, le cipree sono poste in corrispondenza degli organi genitali.
In Africa, presso l’etnia dei Kuba (popolazioni che fino a metà del 1900 vivevano nelle foreste equatoriali dello Zaire), il sovrano, denominato nyim, “re dei Bushongo e dio della terra” che possedeva poteri eccezionali di carattere sacro che metteva al servizio della comunità, inviava in regalo oggetti adorni di cipree alle donne gravide.
La Cypraea tigris, che in giapponese è detta Koiasu-gai, conchiglia del parto facile, la quale viene ancora tenuta in mano dalle partorienti nell’arcipelago delle Ryukyu, nell’estremo sud del Giappone.
Per il suo colore e la sua lucentezza, dai cinesi ai giapponesi alle nostre latitudini è associata alla luna e all’elemento femminile. La sua sfericità e la sua lucentezza ne hanno fatto il simbolo della perfezione.
In Cina e in India per la durezza e lucentezza era simbolo d’immortalità. In Persia, la perla intatta era immagine della vergine e simboleggiava anche la modellazione primordiale della materia attraverso lo spirito.
Dai cinesi e greci, fino agli ebrei, nel nostro medioevo, si riteneva che le conchiglie fossero fecondate dal fulmine e che le perle avessero il fulmine dentro di sé. Presso altri popoli era il tuono a fecondare le conchiglie.
Secondo la simbologia cattolica, citata da  Giovanni Damasceno nel VII secolo d.C., “il fulmine divino è penetrato dentro la conchiglia più pura, Maria, e ne è nata una perla oltremodo preziosa, il Cristo”.
L’associazione conchiglia-madre, perla-bambino è precedente e appartiene a tutte le culture.

Nell’antichità i simboli della perla e della conchiglia erano molto presenti. Degno di nota è anche il corallo, da sempre associato a significati esoterici. Con il suo colore intenso e positivo, il rosso,era considerato efficace contro il malocchio. E’ considerato un talismano potente, e ancora oggi si usa regalare ai bambini un cornetto di corallo in segno di protezione. La perla nel nostro immaginario è sempre associata a qualcosa di raro, prezioso e nascosto perchè si trovano negli abissi del mare, e impossessarsene implica pericolo e notevoli sforzi. La sua purezza è malinconica e secondo la tradizione, regalare delle perle porta lacrime, sfortuna e disgrazia.
La perla era uno degli elementi più importanti nell’abbigliamento delle donne romane di famiglia nobile.

La conchiglia ha uno stretto legame con il mare e di conseguenza con l’acqua in quanto elemento femminile, associata quindi alla fecondità. Il suo aspetto richiama l’apparato riproduttivo femminile, dunque si può accostare anche all’idea dell’erotismo e del piacere sessuale. La conchiglia rappresenta il tempo da dedicare alla riflessione sulla natura dei sentimenti corporei, morali, etici e spirituali: è il simbolo dell’introversione mentale e di temperamento spirituale. E’ anche l’emblema dell’illuminazione, della mente nobilitata, di chi sa come deve procedere. L’alchimia invece, indica i valori iniziatici della conchiglia: Newton probabilmente indicava nel pellegrinaggio a Santiago, il primo viaggio degli aspiranti creatori della pietra. Molti pellegrini nel cammino usano ricamarsi una conchiglia nel mantello, in segno di protezione e riconoscimento.

Uno dei mondi più affascinanti e meno indagati della cultura tradizionale, è quello delle sostanze, degli oggetti e delle forme «anfibie», a cavallo tra due dei tre ambiti solitamente ben distinti e distinguibili: l’animale, il vegetale e il minerale. Nella sensibilità moderna la perla appartiene al mondo animale: tuttavia non ci stupiamo certo se nell’antichità e nel medioevo la vedremo ordinariamente associata a quello minerale e considerata, per la sua preziosità, una gemma.

La conchiglia Pecten Jacobaeus, perla e corallo fanno parte insieme con alcuni pesci del mondo simbolico desunto dalla vita marina. Un mondo misterioso, nel quale i tratti orridi (i mostri degli abissi ) e quelli meravigliosi si assommano. Come dice William Shakespeare nella Tempesta: «a sea-change into something rich and strange» (il mare trasforma in qualcosa di ricco e strano).
La perla è importante nel nostro immaginario: qualunque cosa rara è «una perla», preziosa proprio per le piccole quantità contrapposte all’enorme preziosità. Dal concetto di prezioso segue il collegamento con il mito di Afrodite, la dea della bellezza: Afrodite nasce «dalla spuma delle acque» come una perla al centro di una conchiglia bivalve; e nel Vangelo di Matteo (13, 45-46), «il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra». D’altro canto, non va dimenticato che le perle si trovano nel fondo del mare e conquistarle costa fatica e pericolo.
La loro purezza assume una sfumatura malinconica che rende la sua presenza inquietante: secondo le credenze popolari, regalare delle perle porta disgrazia; durante il romanticismo, questa credenza è stata accentuata e ne conserviamo una testimonianza nel celebre poemetto anonimo trecentesco inglese dove è narrata la visione della figlioletta morta, Margherita (Margarita è il nome latino della perla), da parte di un padre, fu chiamato Pearl dal suo editore ottocentesco, Richard Morris.

Di conchiglie, crostacei e molluschi forniti di corazza – ci sono anche le chiocciole, sia terrestri che marine – Plinio il Vecchio parla in una celebre pagina, il paragrafo 51 del Libro IX, un elenco ricco di delizie, scritto per i Romani, popolo golosissimo di frutti di mare. Lì si parla delle Veneriae, le «conchiglie di Venere» che «navigano, e offrendo la loro parte concava e opponendola al vento fanno vela attraverso la superficie marina», e dei «pettini», che «saltano e volano al di fuori delle acque». Il mare offre i prodotti più prelibati per i golosi, commenta Plinio; ma è anche lo scrigno delle cose più preziose, quali la porpora, le conchiglie, le perle.
La perla, per Plinio il Vecchio, è la prima e la più preziosa fra tutte le cose. Le perle più pregiate, riferisce, provengono dall’India e dal Mar Rosso; la loro dimensione e il loro colore dipendono sia dalla “rugiada” che entrando nella conchiglia la feconda sia dalle condizioni del tempo.
Plinio, Tacito, Ammiano Marcellino, Eliano, Svetonio e Solino ricordano la corazza fatta di perle della Britannia (che operò, dice Plinio, nascono piccole e scolorite) che Giulio Cesare dedicò a Venere Genitrice, nel famoso tempio romano a lei dedicato.
Lollia Paolina, moglie dell’imperatore Caligola, amava acconciarsi di gioielli fatti di smeraldi e perle alternati. Cleopatra possedeva le due perle più grandi che mai si fossero vedute e le fece sciogliere in un recipiente d’aceto per berle durante una cena che dovrebbe esserle costato – secondo una sua folle scommessa con Antonio (è sempre Plinio che parla, dando voce forse a una delle solite melevole calunnie messe in giro dai partigiani di Ottaviano) – dieci milioni di sesterzi.
Una delle due perle, salvata dalla follia di Cleopatra (che quindi ne distrusse una sola), finì tagliata in due metà ad ornare le orecchie dell’effige di Venere nel Pantheon. Non si può escludere che, il triste destino di Cleopatra e di Lollia Paolina, abbia in qualche modo contribuito a determinare la fama delle perle quali oggetti apportatori di sfortuna.

Nel  Physiologus (forse il primo bestiario dell’umanità, scritto in greco probabilmente nella seconda metà del II secolo d.C. ad Alessandria) è detto che, quando i pescatori vanno a pesca di perle, le trovano grazie all’agata attaccata a una cordicella. Tale pietra ha la proprietà di essere attratta dalla perla. Questa, da parte sua, si genera in questo modo: l’ostrica emerge dal mare nelle prime ore del mattino, e la sua conchiglia «apre la bocca, assorbe la rugiada celeste e il raggio del sole e della luna e delle stelle, e con la luce degli astri superiori produce la perla»

Nel mondo cristiano, Gìovanni Battista, ci ha condotto alla perla spirituale, il Cristo: il mare rappresenta il mondo, i pescatori di perle sarebbero i profeti e le due valve della conchiglia simboleggerebbero i due testamenti (il collegamento con il mondo esclusivamente patriarcale del cristianesimo e l’analogia della conchiglia come simbolo sessuale femminile, mi suggerisce, sempre simbolicamente, il messaggio che la valenza fmminile sia totalmente in mano alla componente maschile). Nel mondo indiano laperla è figlia di Soma, la Luna, ed è protetta dai draghi nel fondo del mare; grazie a ei si possono preparare filtri d’immortalità La perla nata dalla rugiada è anche ilsimbolo dell’Immacolata Concezione.
Essendo sferica è simbolo di perfezione, così come il rosario è il simbolo di una grande catena cosmica che lega tutto l’esistente. Non a caso nel cristianesimo e nel buddismo è la più perfetta delle preghiere.

Nel Medioevo si affermò il Cristo-perla, descritto da Friederich Ohly
nel saggio, Rugiada e perla  (ora raccolto in  Geometria e  memoria,   Bologna 1984). L’autore ricorda che «nella Chiesa primitiva – in Clemente Alessandrino, in Origene, e, splendidamente, in Efraim il Siro – c’è una vera e propria teologia della perla». In un testo gnostico fondamentale, gli Atti di Tommaso, esiste una pagina rivelatrice: il Canto della Perla, chiamato anche Canto dell’Anima; protagonista del testo è il Figlio del Re, disceso in Egitto, ovvero nel basso mondo, alla ricerca di una perla custodita da un tremendo serpente. Per questa discesa, il Figlio del Re è costretto a vestire una Immonda Veste (il Corpo, e forse i rimandi con i desideri e con gli impulsi, sono rivolti a riflettere sui corrispondenti lati negativi del simbolo), che abbandonerà solo dopo aver riconquistato l’anima (simboleggiata dalla perla), quando potrà risalire al Regno del Padre. È stato notato come questa teologia della perla abbia, nelle sue versioni gnostiche – in contatto con testi mandei e manichei – indubbie somiglianze con i miti della perla nel mondo indiano. Nell’Atharva-veda  è figlia di Soma, la Luna, ed è custodita dai draghi nel fondo degli abissi; trovandola si possono confezionare filtri d’immortalità (la perla sarà usata anche nella farmacopea medievale), e come detentrice del segreto dell’immortalità.

Nell’antichità e nel Medioevo la perla e la conchiglia sono presenti di continuo come vocaboli intensi, importanti, carichi di significato profondo.
Insieme a loro, forse, dovremmo nominare il corallo: altra sostanza «marginale», animale-minerale, di grande rilievo nella simbologia e nella medicina tradizionale.
Considerato – probabilmente a causa del suo colore, per un processo associativo di magia «simpatica» – efficace contro le emorragie e, ancora per il colore, fondamentale nella lotta al malocchio, un rametto di corallo compare sovente nelle effigi medievali e rinascimentali come appeso al collo del Bambino Gesù. E’ un amuleto potente, che si usava soprattutto per difendere i bambini: l’usanza di regalar loro un cornetto di corallo continua fino ai giorni nostri.

Fulcanelli segnala che:
«le conchiglie di San Giacomo sono chiamate acquasantiere, queste grandi conchiglie, un tempo, servivano a contenere l’acqua benedetta, nome dato dagli Antichi all’acqua mercuriale; ancora oggi se ne trovano spesso in molte chiese rurali».
Inoltre ci rivela che «le conchiglie servivano come distintivo ai pellegrini di San Giacomo. Agli inizi tutti i pellegrini sono a questo stadio. Devono compiere, con il bordone come guida e la merelle come distintivo, quel lungo e pericoloso viaggio di cui una metà è terrestre e l’altra metà marittima».
Con il termine Pellegrino s’intende il neofita che si accinge a intraprendere la Grande Opera; come guida si serve del suo bordone, il lungo bastone simbolo della via lunga e che interpreta lo spirito, ciò che bisogna sempre tenere presente nella pratica, «nella notazione alchemica, qualsiasi barra o tratto, qualunque sia la sua direzione, è il segno grafico convenzionale dello spirito».
Il viaggio terrestre e marittimo indica le due vie ermetiche. Quello terrestre è anche definito via secca, cioè priva d’illuminazione e intende la psiche prima della rivelazione che inizia a decifrare gli arcani dell’arte. La via marittima, detta pure via umida, si riferisce alla psiche dopo l’illuminazione che realmente inizia a compiere il Magistero.
Il Maestro insegna che «utilizzando la via secca, rappresentata dal sentiero terrestre, seguito per primo dal nostro pellegrino, si giunge a esaltare a poco a poco, la virtù diffusa e latente, trasformando in attività ciò che era solo in potenza. L’operazione è compiuta quando appare alla superficie una stella brillante».
Lo stesso significato è dato dalla conchiglia, che se prima rappresentava la comune psiche di tutti gli uomini, ora indica la mente nobilita.
Fulcanelli aggiunge: «L’umile e comune conchiglia che portava sul cappello, s’è mutata in astro splendente, in aureola di luce: materia pura di cui la stella ermetica, consacra la perfezione. Adesso è il nostro compost, l’acqua benedetta di Compostella».
Questo intende il simbolico pellegrinaggio in Spagna a San Giacomo di Compostella: il lavoro filosofale che permette alla mente di aprirsi.
L’autore precisa che le «conchiglie di tipo a pettine, i Filosofi la chiamano merelles de Compostelle, dalle parole greche Mèter e elê, madre della luce».
E’ interessante ricordare che i pellegrini approfittavano della grande disponibilità di questi crostacei sulle coste galiziane e se ne cibavano correntemente, tenendo per ricordo la conchiglia. Fu a posteriori la consuetudine di arrivare a Finisterre, sull’Atlantico, distante poco meno di 100 km da Santiago.

C’è anche una leggenda. Teodosio e Attanasio, discepoli di Santiago, stavano portando il corpo del santo in Galizia; passato lo stretto di Gibilterra, seguirono le coste atlantiche sino a giungere in un luogo chiamato “Bouzas”. Stavano celebrando le nozze di una coppia quando il cavallo dello sposo inciampò e cadde in acqua sprofondando immediatamente. La gente già piangeva la loro morte quando sia sposo che cavallo, emersero all’improvviso accanto alla barca che trasportava il corpo del santo. Cavallo e cavaliere si ritrovarono con il corpo interamente tappezzato di conchiglie. I discepoli fecero sapere alla gente che si trattava di un miracolo e che il corpo trasportato era quello di San Giacomo, quello che aveva predicato il vangelo nelle terre di Spagna.  Riconoscendo nell’accaduto la benevolenza dell’apostolo si assunse la conchiglia come simbolo del pellegrinaggio.

Nella tradizione cinese la perla è usata anche nei rituali funebri ed è uno dei simboli della fortuna e della prosperità più sentiti. Se dall’India (nell’antica iconografia indiana, il dio Vishnu porta una conchiglia, simbolo dell’Oceano e del primo alito vitale) e dalla Persia mandea e manichea, la teologia della perla è giunta agli gnostici, per affermarsi attraverso una lettura almeno originariamente gnostica o paragnostica dello stesso  Vangelo  (nel quale il Regno dei Cieli è simile a una perla), la Persia è stata anche il tramite culturale per l’affermarsi del culto della perla nel mondo islamico. Per altri versi, resta da indagare se, come e fino a che punto il culto cinese della perla – che in quella tradizione è garante di incorruttibilità al pari dell’oro e della giada – abbia rapporto con miti e riti similari non solo nel Laos o nel Borneo, ma anche nel continente americano. D’altro canto, alla tradizione cristiana relativa alla perla, si accosta quella di Maria/Madonna inaugurata da Efraim il Siro, che nella perla nata dalla rugiada vede il simbolo dell’Immacolata Concezione di Maria. La Vergine,  Stella Maris,  vestita di sole, incoronata di stelle, eretta sulla falce di luna, è adorna appunto di quella luce stessa dalla quale – secondo il   Physiologus  – viene generata la Perla; e al suo pari è in contatto con il mare e la luna. Se, in quanto oggetto sferico, la perla è simbolo parmenideo-platonico di perfezione, una collana di perle-il rosario è simbolo della Grande Catena dell’Essere che lega tutte le cose: e diviene in ambito cristiano (ma anche buddista e musulmano) la più perfetta delle preghiere, la Preghiera Cosmica. Presso gli Aztechi, Tecsiztecatl (letteralmente “quello della conchiglia”) è il dio della Luna: la conchiglia rappresenta la matrice femminile, la Luna presiede alle nascite della vegetazione e della vita in generale.

La Tofa è uno strumento musicale ricavato da una grande conchiglia e appartiene al genere degli aerofoni. L’uso di suonare la tromba di conchiglia, sopravvive ancora nel Mediterraneo ma è limitata oggi purtroppo ad una sorta di segnaletica sonora dei pastori sardi o siciliani, nelle isole greche addirittura dei postini.
Ma tradizioni ancora vive nell’Estremo Oriente testimoniano l’uso della tromba di conchiglia nelle medesime occasioni rituali in cui l’archetipo guscio viene utilizzato come semplice simulacro o amuleto: nelle cerimonie dedicate alla fertilità, alla fecondità, alla nascita, alla morte-rinascita

In araldica, la conchiglia e perla sono poco presenti. La conchiglia nelle armi familiari indica una benemerenza acquisita in pellegrinaggio o in crociata – dal momento che una conchiglia era l’emblema del pellegrinaggio a Santiago – la spiegazione araldico-encomiastica fornita a posteriori indica, il suo uso per nobilitare dinastie. La perla invece è molto usata nelle corone.
Lo stemma personale di papa Benedetto XVI è formato da una conchiglia dorata allo scopo di ricordare la leggenda attribuita a sant’Agostino, il quale incontrando un giovinetto sulla spiaggia, che con una conchiglia cercava di mettere tutta l’acqua del mare in una buca di sabbia, gli chiese cosa facesse. Quello gli spiegò il suo vano tentativo, ed Agostino capì il riferimento al suo inutile sforzo di tentare di far entrare l’infinità di Dio nella limitata mente umana. La leggenda ha un evidente simbolismo spirituale, per invitare a conoscere Dio, seppure nell’umiltà delle inadeguate capacità umane, attingendo all’inesauribilità dell’insegnamento teologico.

ETIMOLOGIA E COMPOSIZIONE CHIMICA

La parola conchiglia deriva dal latino conchilium e dal greco kogchylion, diminutivo di kogchyle kogche, conca. Nicchio marino, quasi piccola conca e si dice tanto del solo Invoglio petroso che ricopre i molluschi tesateci, quanto del nicchio insieme all’animale che contiene.

L’etimologia del nome perla è discussa. Secondo una corrente di pensiero deriva dal latino “perna-pernula” prosciutto, per la somiglianza tra le forme. Secondo un’altra corrente, sostenuta nel 1967 da A. Castellani, deriverebbe da “perula”, bisaccia o piccolo bagaglio di forma tondeggiante, metafora presa dal latino volgare nata in ambiente marinaro, non escludendo l’ambito cittadino se si suppone che le perle fossero usate per farne degli orecchini perciò “bisaccine appese ai lobi degli orecchi”.

Una perla si forma quando un corpo estraneo, come un granello di sabbia, si ferma nella cavità palliale: sarà ricoperto da strati successivi di madreperla, allo scopo di difendere i tessuti dell’animale dall’irritazione. Si depositano vari strati di calcio che in combinazione con altri minerali, creano questi particolari oggetti preziosi. La perla, ricordiamo, è formata da nacre, meglio conosciuta come madreperla.

La combinazione chimica è: carbonato di calcio al 91,72%, materia organica al 5,94%, acqua al 2,23%, perdite d’analisi 0,11%.
La materia organica, denominata “conchiolina”, è una sostanza coriacea, insolubile nell’acqua, nell’etere e nell’alcol,  ricca di azoto che fa da scheletro al carbonato di calcio. Sembra che il colore delle perle sia determinato dai pigmenti contenuti in questa materia e non nella parte calcarea.
La perla si forma come la madreperla, materiale che riveste la parte interna delle valve delle conchiglie. Lo strato di madreperla è lo stesso che permette la crescita della conchiglia stessa poiché l’epitelio secernente è a contatto diretto con la zona madreperlacea. Se un corpo estraneo,  parassita, granello di sabbia o altro, penetra tra l’epitelio secernente e lo strato di madreperla sarà coperto dal medesimo e incorporato, formando così una bolla di madreperla, o una mezza perla aderente alla conchiglia.
Invece, la perla libera  di forma sferica più o meno regolare, si forma nell’interno del mantello, quando un identico corpo estraneo è avvolto da una particella di epitelio secernente che forma il “sacco perlifero. Il quale inizia a secernere gli strati concentrici che daranno vita a questo piccolo miracolo.
I colori delle perle comprendono una vastissima gamma di tonalità.  Generalmente la colorazione è distribuita a strati  chiari e colorati che dal nucleo si alternano fino alla superficie.
Le caratteristiche esteriori delle perle sono determinate dallo “splendore” che è il punto luminoso che la medesima rivela se posta su un piano orizzontale. Seguono: la “lucentezza”, consistente nell’aspetto iridescente e vellutato, e “l’oriente” che consiste nella calda tonalità translucida causata dalla scomposizione della luce bianca.
La lucentezza e l’oriente costituiscono insieme “l’acqua” della perla.
Non solo le ostriche del gruppo delle “meleagrine”, presenti nell’oceano  Pacifico, Indiano e mar Giapponese e nelle acque dell’ America Centrale a produrre perle. Ci sono altri lamellibranchi nelle acque salate, che producono molluschi d’acqua dolce come la  “Margaritana margaritifera” frequente in Francia, Baviera e Scozia.
Le perle d’acqua dolce sono generalmente meno iridescenti, perciò meno pregiate, delle sorelle d’acqua salata.

Le forme delle perle sono numerose. Oltre alle mezzeperle, dette anche bisperle, si hanno le  libere di vario tipo: sferiche perfette, a goccia, a bottone, tonde ma appiattite, e le irregolari dette barocche o scaramazze.
La lavorazione della perla consiste essenzialmente nella pulitura per liberarle dalla patina verdastra che presentano appena pescate, e nella perforazione. Questa fase è un’operazione molto delicata. Inoltre, alle perle imperfette, che dovessero presentare difetti esterni, possono essere asportati vari strati per renderle regolari. Non sempre l’operazione riesce, poiché all’interno potrebbero rivelare altri difetti.
Le perle vere sono dette sia naturali sia accidentali e sono rare e costose, perciò nell’antichità hanno fatto parte degli ornamenti dei regnanti e dei potenti della terra.
Il primo gioiello di cui si ha notizia certa risale al V secolo a.C. Si tratta di un collier ritrovato nel sarcofago di una regina persiana sepolta a Susa: tre fili per complessive 216 perle ed è conservato al Louvre.
I primi tentativi conosciuti per produrre perle coltivate risalgono ai cinesi che già nel 1200 circa producevano bisperle introducendo corpi estranei fra il mantello e la conchiglia dei molluschi.
I Giapponesi perfezionarono questo metodo, ma solo nel 1913 Kokiki Mikimoto trovò il metodo per ottenere perle libere. Romanticamente, la leggenda lo vuole pescatore, ma si trattava di uno zoologo, scienziato e ricercatore.
A partire dal 1961 quella delle perle coltivate è diventata un’industria dal fatturato di migliaia di miliardi annui.

“Il CAURI, una testimonianza contemporanea.

Marie è anziana e lavora al più grande mercato di Lomè, capitale del Togo affacciata sull’Atlantico. La sua cauri bancarella è ingombra di feticci, noci di cola, frammenti di ossa, frutti essiccati, tappini di birra, pietre sminuzzate e denti di cane.
Sfioriamo con le mani la una zucca ricolma di conchiglie bianche, poggiata nella confusione delle merci di questa bottega africana dei miracoli. «Le compro dai mercanti nigeriani, sono antiche», spiega la donna. «Le rivendo agli stregoni, agli indovini e a chi cerca talismani». E la vecchia affonda le mani in quel mucchietto di conchiglie forate. Costano 10 franchi africani, 15 centesimi di euro. Ne compriamo dieci: saranno i nostri amuleti da viaggio. Ne avremo bisogno per poter scoprire i segreti di queste sorprendenti conchiglie chiamate cauri che hanno modellato, per secoli e secoli, mercati e abitudini, povertà e ricchezze, infinite architetture sociali di gran parte dell’Africa.
I cauri sono stati per mille e più anni (e in certi mercati della savana lo sono ancor oggi) la moneta per eccellenza dell’Africa. La Cyprea moneta (questo è il suo nome scientifico), conchiglietta dalla forme ovale, color porcellana, dai riflessi luminosi, è stata la ricchezza dei mercanti dei grandi regni africani del Mali, del Dahomey, della Nigeria. I re del popolo Mossi, per molti secoli, pretesero dai loro vassalli, un tributo annuale di un milione di cauri. I negrieri europei pagavano in cauri la merce umana che acquistavano dai razziatori africani (in Costa d’Oro, nel 1600, uno schiavo costava 55 libbre di cauri). Re Gezo, sovrano del Dahomey, non nascose mai di preferire pagamenti in cauri all’oro: «Solo così sono certo di non essere imbrogliato».
Uguale preoccupazione aveva il re di Juda: «Meglio essere pagato in cauri – confessò a un missionario – I mercanti bianchi non possono né ingannarmi, né truccare il peso». Le piccole conchiglie, in effetti, si potevano contare, ammucchiare, impilare una sull’altra. Erano semplici da usare e non si potevano falsificare. E questa, forse, è la semplice soluzione di un piccolo mistero economico: «Non abbiamo mai scoperto perché il cauri sia stato scelto come moneta», dice l’economista Karl Polanyi.

C’è un unico posto al mondo dove è possibile trovare i cauri: le barriere coralline delle Maldive. Le prime conchiglie arrivarono sulle coste del mar Rosso con le navi arabe: spesso erano utilizzate come zavorra per le stive vuote. I mercanti-navigatori le cedevano ai carovanieri transahariani: i cauri che attraversarono, così, il deserto e giunsero fino ai mercati sulle sponde del fiume Niger. Gli arabi furono indifferenti a questa conchiglia (il grande viaggiatore e cronista Ibn Battuta protestò, con vivacità, quando, proprio alle Maldive, venne pagato in cauri), ma i popoli neri del Sahel cominciarono – già nel 1067 – a utilizzarla come strumento di scambio.
E’ un viaggio incredibile, quello dei cauri: lungo un anno, circa ventimila chilometri dalle Maldive ai regni del Mali.
Questa distanza immensa, mette al riparo dai rischi di un’inflazione e dalla possibilità di una circolazione eccessiva della moneta.

Alla fine del 1500, raccontano le cronache medioevali, la discesa del fiume Niger, da Djennè a Timbuctu, costava duemila cauri. L’esploratore settecentesco Mungo Park affittò una capanna nel villaggio maliano di Soubou per duecento cauri (un prezzo da bianco). I cauri divennero, in breve, una moneta potente, multiuso: segno della ricchezza dei regni del Golfo di Guinea e dono ai poveri, nelle grandi ricorrenze, dei sovrani dell’Africa Occidentale.
Ancor oggi sono dei talismani potenti, simbolo di potenza, fertilità, magia; sono utilizzati dai sacerdoti vudù per le loro divinazioni, dai cantastorie come amuleto, dalle donne come decoro di collane e cinture. Fino alla prima guerra mondiale, queste conchiglie ebbero una diffusione monetaria ben più ampia del dollaro o della sterlina. Ma gli imperi coloniali non sapevano cosa farsene di quelle conchiglie. Per le tasse pretendevano di essere pagati in moneta ‘occidentale’: vietarono l’importazione dei cauri e mandarono l’esercito a debellare le rivolte degli africani. «Se la Francia esige di essere pagata in gallette francesi invece che nelle nostre monete, vuole la rissa», sbottò un capo tuareg. La nuova finanza internazione non poteva sopportare un universo economico e sociale separato e diverso come l’Africa. Le monete europee aiutarono in modo brusco e impietoso la demolizione dell’economia tradizionale. I cauri furono messi fuori legge e la nuova moneta doveva essere coniata nelle zecche di Parigi o di Londra, non trovata sulle spiagge delle Maldive.

In un villaggio remoto del Benin alcune vedove aspettano sotto una tettoia di foglie di palma. Sono appena uscite dalla tenda dove, per giorni, avevano rinchiuso il loro lutto. Hanno il capo rasato e indossano tuniche blu. In mano hanno ciotole di zucca lucenti piene di cauri. Le monete serviranno a difendere la propria casa degli spiriti del male.

Eppure i gusci lucenti di queste conchiglie non sono scomparsi dall’Africa. Ancora oggi, gli edifici impolverati delle banche centrali del Mali a Bamako e del Benin a Cotonou sono decorati con le stilizzazioni dei cauri. Sulle attuali monete del Ghana, i cedis, è inciso anziano indovino il profilo di questa conchiglia splendente. Al gran marché de Togo guaritori e gente comune cercano ancora tra le bancarelle, le ciotole dei cauri: ne comprano a piccoli cartocci. In Benin e in Burkina-Faso i musicisti di ogni festa rurale sono ricompensati anche con manciate di conchiglie. Nelle terre di frontiera fra Ghana, Costa d’Avorio e Burkina-Faso le donne che vendono birra fra un confine e l’altro si fidano più dei cauri che delle monete nazionali (almeno le conchiglie hanno un valore stabile per le misere contrattazioni transfrontaliere). In molti mercati, i vecchi comprano ancora noci di cola da masticare, rasoi usati, prese di tabacco, pizzichi di sale, con i cauri, mentre i mercanti accettano controvoglia questa moneta; ma alla vista dell’anziano intento a sciogliere il nodo di un fazzoletto lercio per tirarne fuori una conchiglia risparmiata anni prima, non pretendono qualche centesimo. Siamo davvero certi, noi bianchi, che un’economia sotterranea, lontana dalle leggi del mercato, non dipani ancora i suoi fili all’ombra dei baobab?

Il cauri, conchiglia-moneta, talismano e amuleto, simbolo sessuale e decoro di bellezza, non è un semplice guscio. E’ ancora lo specchio di un’Africa che non si rivela ai nostri occhi. Tempo fa, a Ouagadougou, capitale del Burkina-Faso, nelle ultime ore della mia Africa, cercavo di respirare più polvere possibile davanti al cancello dell’albergo. Si avvicinò un ragazzino, dagli occhi come lucciole. Non chiese nulla. Stava lì, in piedi. Sulla sua bicicletta. Accanto a me. Poi, con un gesto della testa e un sorriso, indicò il suo braccio: al polso aveva ha un braccialetto di cauri. Ne staccò uno, me lo porse. Alzai lo sguardo, ma lui stava già pedalando: svanito come un’ombra gentile, nella bruma lattiginosa della notte di Ougadougou, già invisibile fra centinaia di motorini, fra le folle di uomini e donne in cammino per le strade di una città africana. Nella stagione secca, ogni giorno, fra Mali e Benin, fra Burkina Faso e Togo, rullano ancora i tamburi del vudù. I musicisti che suonano le percussioni sono ricompensati con manciate di cauri, i “gusci della buona sorte”. Il nome latino di queste conchiglie Cyprae, deriva dall’isola di Cipro, terra sacra a Venere, dea della fertilità. E i cauri, in Africa, sono ancora oggi auspicio di fecondità.”

tratto da www.missionaridafrica.org

::IL MITO DI AFRODITE

Nata dalla spuma, nella mitologia greca era una dei dodici dèi olimpici. Rappresenta una forma della Dea Madre e dell’amore sensule, nata dalla spuma del mare fecondata dai genitali recisi del dio Urano (che ogni notte fecondava Gea, la madre terra, rappresentando l’amore sotto il solo aspetto dell’atto riproduttivo. Per questo Cromo, nato da una delle loro unioni, castrerà il padre per liberare la madre dalle notturne fecondazioni del padre). Zeus la diede in sposa al dio più brutto dell’Olimpo, Efeso, dio del fuoco e perché temeva che l’estrema bellezza di Afrodite potesse generare discordie e fermento tra gli dei. La tradizione la descrive come sposa infedele e dea invidiosa della bellezza di Psiche, donna umana che si troverà in più occasioni nei tranelli della dea.

Afrodite spesso è sinonimo di donna sempre seducente, che mantiene un rapporto con gli uomini di tipo puramente erotico e privo di natura spirituale e di scambio intellettuale. La studiosa Ginette Paris nel libro La rinascita di Afrodite, rivaluta questo archetipo come simbolo di amore civilizzatore, che si oppone da un lato alla pornografia vuota che vede il corpo come intercambiabile e privo di unicità e dall’altro all’amore spirituale e disincarnato tipico della cultura greca e cristiana. La donna che si ispira ad Afrodite avendo il buon senso di non incarnare l’archetipo stesso, può diventarne “sacerdotessa”, portatrice di un modo di vivere ispirato alla bellezza e al godimento dell’altro. La bellezza è intesa non come perfezione o vanità egoica ma come dono totale di sé attraverso l’amore sensuale. Il desiderio per Afrodite è fondamentale, ciò che le reca offesa è piuttosto il sesso meccanico e vuoto o ancora la negazione della propria sessualità come se fosse un bisogno sporco e inferiore. Anche la moda e la cura di sé sono a servizio del godimento e della bellezza, portatori di unicità, non di conformismo e mai per un compiacimento egoico.
Interessante è anche l’episodio che precede la sua nascita, Urano infatti era un dio particolare in quanto stava sempre in cielo, tranne la notte quando scendeva e iniziava la sua copula generativa; un misto di estremo distacco e di sessualità ancestrale finalizzata alla riproduzione; Urano però non amava i suoi figli, anzi, li sacrificava cacciandoli nelle viscere della terra. Gea, stanca di questa situazione si era accordata con Crono, il figlio, per mettere fine a questa situazione, mettendo a punto un piano che prevedeva l’evirazione, in modo che non potesse più fecondarla.
Fu così che una notte Crono attese il padre e, quando stava per accoppiarsi con la madre, gli saltò addosso con una falce, tagliandogli i genitali che finirono in mare; Poco dopo, dalla spuma del mare fecondata dal liquido seminale, uscì Afrodite.
La dea quindi non è concepita ne cresce in un utero femminile.

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::I LIBRI

Lo studioso Karl Polanyi ha pubblicato con Einaudi due interessanti saglibrogi che riservano ampio spazio alla storia dei cauri: Il Dahomey e la tratta degli schiavi (1987, pp. 265) ed Economie primitive, arcaiche e moderne (1980, pp. 340). Da leggere, in inglese, «The shell money of the slave trade» (curato da Jan Hogendorn e Marion Johnson, African Studies Centre- Cambridge 2003) e, in francese, «Paleo-monnais africaines» di Josette Rivallain (Administration des monnaies et medailles, 1999)

René Alleau, La scienza dei simboli, Sansoni Editore 1983

L. Gattamorta, Teorie del simbolo. Studio sulla sociologia fenomenologica, FrancoAngeli, Milano, 2005.

C. Gentili, Il simbolo tra mito e segno. Statuto ambiguo di una nozione nella cultura greca, in idem, Ermeneutica e metodica. Studi sulla metodologia del comprendere, Marietti, Genova, 1996.

Omraam Mikhael Aivanhov, Linguaggio simbolico, linguaggio della natura, Edizioni Prosveta, 1999.

Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani.

Dizionario universale dei miti e delle leggende di Anthony S. Mercatante,
Ed. Grandi Manuali Newton, 2001

Ingrid Riedel, Colori, Ed.Magi, 2205

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