::Le case Sognate::

 

La rappresentazione, così frequente, di un soggetto come la casa non è così casuale, è  la seconda traccia disegnata, dopo un primitivo corpo, da parte del bambino di 3 e 4 anni. La scelta del progetto sulla rappresentazione pittorica e grafica di alcune case scaturite da un racconto è nata dall’interesse che suscita questo simbolo che, più di altri, è una immagine descrittiva del mondo interiore. L’agglomerato di sensazioni grezze ed emozioni percepite solo fisicamente, che  animano con scarabocchi il foglio bianco, sono lo specchio del mondo interiore del bambino piccolo.

Così la casa diventa teatro del processo di attivazione di alcune funzioni mentali. 

Interessante, anche da utilizzare come base terapeutica in campo artistico, è la concezione del sogno (la revèrie) come attività che crea la differenziazione e interazione tra vita conscia e inconscia. Proprio come una soglia-confine ha in sé la contraddizione di essere comunicazione e chiusura, così la “conctat-barrier” di Bion è una membrana permeabile selettiva, oscillante, a doppio senso di transito. In sede terapeutica, quindi, è importante cogliere non tanto il senso interpretativo del sogno, bensì i così detti derivati narrativi, (elaborati artistici, nel caso dell’arte-terapia) che scaturiscono da una relazione di revèrie condivisa tra paziente e  terapeuta. Proprio nel suo nuovo ruolo, più partecipe e meno distaccato, il terapeuta (aiutato anche da una propria revèrie di risposta al paziente) avrà la possibilità di vedere, attraverso la narrazione (artistica) quale processo si è attivato, quali capacità trasformative si sono verificate, soprattutto nella relazione primaria con la madre. 

Nell’interazione con il paziente, il terapeuta può ricreare la dinamica del rapporto primario (accudimento, ascolto, contenimento) capace di svegliare la memoria e permettere di “ricordare” come si faceva a gestire il materiale angosciante. Infatti sono i primi gesti di

accudimento da parte della madre – il cullare e il contenere -  che permettono (e insegnano) al bambino alcune rappresentazioni delle emozioni che si trasformano in immagini oniriche e in seguito in derivati figurativi. Semplificando, due sono le esperienze formative fondamentali, che vanno riproposte in un incontro terapeutico: sentirsi compresi e contenuti, vivendo attimi all’unisono con il terapeuta. 

Perché il corpo e la casa sono le prime tracce grafiche dello sviluppo del bambino? Come accennato, nelle primissime rappresentazioni la casa nasce sovrapponendosi al corpo. Successivamente all’auto-ritratto del bambino nel disegno del suo corpo-scarabocchio, emerge e si sviluppa una casa sempre meno corpo, che rimanda a qualcosa altro da sé. Riflette un primo desiderio di relazione, consentito dall’essere stato all’unisono con la mamma. La possibilità di sperimentare una separazione, una sorta di distacco, da parte del bambino può derivare dalla creazione-costruzione di una propria casa. Schematicamente, il disegnare la casa rispecchia sia la relazione primaria sia la stessa costruzione e acquisizione degli strumenti psichici-trasformativi e strutturanti dell’essere separato e in relazione. La casa come disegno-rappresentazione può assumere il valore di derivato narrativo di una revèrie e fa emergere rimandi importanti  dell’interazione tra conscio e inconscio. 

Sperimentare un percorso creativo in un atelier terapeutico, per un bambino, può attivare e risvegliare memorie di due fondamentali funzioni psichiche; la casa-contenimento e la porta-trasformazione.

Esistono, a mio parere, tre edificazioni di case:  il corpo-casa – nel quale i due elementi si sovrappongono costituendo la primaria forma di identificazione: l’essere all’unisono con la madre. La casa-oggetto ancora fortemente legata alla prima, simbolo della continuità dell’essere, dove il corpo e la casa si scindono nello spazio transizionale che accompagna questo distacco, finalizzato a concepire qualcosa al di fuori di sé. Infine, la casa-soggetto (con ali, con braccia, con occhi) nella quale poter sognare di relazionarsi e comunicare con una realtà esterna, appena scoperta. Il bambino ha così il confortante ricordo della madre e le tracce entusiasmanti dell’essere solo e unico, ma abitante in case dalle ali grandi che permettono di volare.

La costruzione della casa, in un setting terapeutico-artistico, sottintende al senso di costruzione e creazione  di funzioni psichiche che permettono di sognare, di pensare in modo astratto, simbolizzare e quindi contenere se stessi e la realtà cosciente senza esserne sopraffati o disgregati. La casa è l’immagine spaziale di stabilità e contenitore che possiede finestre ma soprattutto porte. Il piacere infantile delle prime casuali scoperte del proprio corpo, attraverso il movimento e le sue molteplici potenzialità, diventano ricerca intenzionale, anche di un linguaggio.

La condizione  di egocentrismo del bambino, dai 2 ai 4 anni, nella quale egli disegna ciò che sa e non ciò che vede, assolutamente indifferente a qualsiasi regola sociale, mantiene la produzione del lavoro grafico ancora molto interessante ed espressiva  perdendo gradualmente in freschezza e originalità nelle successive fasi di crescita e socializzazione, proprio per ragioni di adattamento e relazioni.

 Il percorso del workshop “ Le case sognate” si sviluppa nella realizzazione di alcuni disegni utilizzando diversi strumenti e tecniche espressive: collage, tempere, matite, pastelli, veline, cartoncini. Guidati da un racconto musicato e animato attraverso l’esplorazione del soggetto CASA,  in tutte le  possibilità di essere sognato.

Quell’esperienza trova così riscontro nel soggetto casa, che diviene simbolo sia della consapevolezza del distacco sia della necessità della relazione. La terapeuticità di questi incontri in ambiti “sani” – non contemplando il significato di cura della malattia -  hanno lo scopo di raggiungere uno stato strutturante del sé, che si attua attraverso l’espressività artistica capace di trovare ispirazione nel mondo interiore individuale. 

L’arte si presenta, allora, come gioco, che attinge alla dimensione sensoriale; gioco-azione, gioco-creativo, gioco-interattivo, in grado di insegnare ai bambini l’utilizzo di materiali o strumenti che  permettano loro di dar vita ad un linguaggio personale e originale quindi le parole chiave sono: “far vedere come si fa”; “ fare insieme per capire”. Il motto assolutamente più ripetuto da Munari: “ guardare con occhi più attenti” e “ non dire cosa fare ma come .” 

Fuggire dalle teorie, dalle troppe parole, attraverso l’incontro con la materia, il colore, i segni della realtà al di fuori di noi, è la via per imparare il modo di imparare, il modo di pensare  le idee, in autonomia e libertà, per essere in grado di costruire la propria casa; il proprio sé.

di Monica Fantoni

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