Terapia occupazionale

LAVORO E DIGNITA’ PER LE DONNE VITTIME DI VIOLENZA DI LUSAKA – ZAMBIA

Lusaka – Zambia 2019

La violenza contro le donne è un fenomeno largamente diffuso nello Zambia, come in molti altri paesi africani. Le ragioni alla base del fenomeno sono innanzitutto culturali: al genere femminile è assegnato un ruolo subordinato al maschio e questa subordinazione si esplica in tutti gli ambiti della vita di una donna, inclusa quella sessuale.

Il fenomeno attraversa tutti i ceti sociali ma è ancora più evidente e drammatico negli slum come a Kanyama, dove l’abuso di alcool, i bassi livelli di istruzione e la trappola della povertà alimentano comportamenti violenti a danno del genere femminile e spesso dei suoi membri più deboli e fragili (orfane e ragazze o donne disabili fisiche e/o mentali).

Raramente le donne denunciano e ancor più raramente il caso finisce in tribunale: la maggioranza delle donne non è nemmeno cosciente dei propri diritti e considera “pressoché normale” essere picchiata dal marito se viola i propri doveri coniugali – Zambia Demographic Health Survey (2000).

Spesso anche la famiglia di origine rifiuta di riaccogliere una figlia vittima di violenza: la donna è stata infatti “comprata” dalla famiglia del marito ed è considerata a tutti gli effetti una sua proprietà che non può essergli sottratta. In contesti come Kanyama, dove rispetto ad altre parti della città i servizi a favore delle donne sono estremamente carenti, la donna spesso non sa a chi rivolgersi per chiedere aiuto, non dispone delle risorse economiche nemmeno per prendere un taxi e farsi accompagnare in ospedale o alla stazione di polizia.

Ad aprile 2018 Fondazione Pro.Sa ha avviato il progetto “Stop the Violence”, coordinato da una giovane volontaria italiana, per offrire un supporto alle vittime e attivare o dare respiro ad un processo culturale che rimuova quell’aurea di “normalità” alla violenza di genere prevalente negli slum. Il team di Stop the Violence ha incontrato molte donne e ragazze vittime di violenza o a rischio di abuso, accompagnandole nel processo di presa di coscienza dei propri diritti e aiutandole concretamente in ospedale per medicare le ferite o alla stazione di polizia per la denuncia.

Dopo un anno di lavoro è emerso chiaro il bisogno di offrire a queste donne una opportunità per recuperare la coscienza del proprio valore e potenziale e ritrovare la propria dignità, oscurata da anni di abusi e violenze. Grazie alla collaborazione con l’associazione Arte in Tasca e due volontarie italiane, Donatella De Clemente e Monica Fantoni, è stato possibile avviare a maggio 2019 un progetto di formazione per la produzione di bigiotteria e manufatti etnici a beneficio di una decina di donne vittime di violenza. Per due settimane queste donne hanno avuto uno spazio comune e sicuro, dove hanno potuto esprimere la propria creatività e dove hanno acquisito competenze, che se opportunamente sostenute, possono dare loro una via di uscita da una esistenza di soprusi e miseria.

WAY OUT – via di uscita appunto. E’ il nome di un laboratorio di produzione artigianale che si intende attivare per dare continuità

all’esperienza di formazione dello scorso maggio. In uno spazio affittato (già individuato presso una parrocchia cattolica dello slum di Kanyama), queste donne possono ritrovarsi e continuare la produzione di manufatti. Il materiale necessario è facilmente reperibile nei mercati di Lusaka, la capitale zambiana, che costituisce anche un mercato di sbocco di questi prodotti (collane, infradito colorate, bracciali, ecc.). Tutto sotto la supervisione di un operatore del team di Stop the Violence, che si occuperà dell’approvvigionamento del materiale d’uso e del controllo qualità dei prodotti. Il gruppo di lavoro sarà anche un gruppo di auto-aiuto, dove donne che hanno alle spalle esperienze dolorose molto simili possono aprirsi, confrontarsi e aiutarsi l’un l’altra.

La sostenibilità di questo laboratorio è un obiettivo centrale: dopo un piccolo investimento iniziale, per il quale Arte in Tasca si sta attivando nella raccolta fondi, la vendita dei manufatti etnici dovrà offrire un reddito alle donne ma anche risorse per coprire l’affitto e i costi di produzione.